QUESTIONE IMMIGRAZIONE

PREMESSA

Il presente documento politico del gruppo SiAmo Torino nasce dall’indagine condotta sul fenomeno dell’ irregolare in Italia negli anni dal 2011 ad oggi.

Alla luce di quanto oltre evidenziato, le proposte politiche qui formulate sono volte a scongiurare il duplice e contrapposto crollo morale ed economico della società italiana in tema di “immigrazione”. Riteniamo necessario, infatti, evitare:

A] il “tutti dentro”, ovvero: l’appiattirsi miope e pigro sulle istanze di totale accoglienza formulate dalle forze più a dell’arco politico, e dagli ambienti più evidentemente progressisti della Chiesa, delle associazioni non governative e umanitarie, e del mondo cooperativo con concreti ingenti interessi nel settore;

B) il “tutti fuori”, ovvero: cedere al basso istinto xenofobo o razzista delle forze più a dell’arco politico e degli ambienti più reazionari della Chiesa e della società, indifferenti ai diritti individuali e alle dinamiche demografiche del Paese.

DEFINIZIONI

Esiste molta confusione terminologica sulla tipologia e status giuridico dei soggetti immigrati in Italia. Per chiarire, almeno a livello concettuale, si offrono sinteticamente di seguito le tre definizioni base; nonché quelle specifiche di “richiedente asilo” e di “rifugiato”.

  • Immigrato clandestino: è colui che è entrato nel territorio nazionale senza il necessario “visto”;
  • Immigrato irregolare: è colui che pur avendo in origine un titolo valido per ingresso e/o soggiorno, ha poi perduto tale titolo (es. mancato rinnovo permesso di soggiorno);
  • Immigrato regolare: in possesso di titolo di soggiorno o equivalente.
  • Richiedente asilo: è il cittadino straniero che ha presentato domanda di “protezione internazionale”2 (c.d. asilo politico), in quanto impossibilitato a vivere nel proprio Paese se non a reale rischio della propria vita e dei propri diritti fondamentali a causa delle persecuzioni che lì subirebbe per via della propria appartenenza a gruppi sociali, etnie, religioni, opinioni politiche etc.
  • Rifugiato: colui al quale è stata concessa la protezione internazionale (cosiddetto “asilo politico”).

Ai fini della schematica esposizione in questa sede, si sottolinea ed evidenzia che, per legge, solo il “visto” sul passaporto (per , studio, etc) consente l’ingresso regolare nel Paese; solo il permesso di soggiorno o equivalente (per “protezione internazionale”, per “protezione internazionale sussidiaria”, per , per studio, etc) consente la permanenza sul territorio per il tempo limitato indicato dal permesso di soggiorno medesimo.

STATO DELL’ARTE
Nello svolgimento fisiologico delle vicende migratorie, e alla luce della cronica carenza di lavoratori italiani in taluni settori3, il con decreto stabilisce annualmente la quota di lavoratori stranieri necessari al Paese e dunque autorizzati a entrare e soggiornare per motivi di lavoro con regolare titolo in quanto dotati di (potenziale) . Si tratta del c.d. “Decreto flussi”: ad es. per l’anno 2016 la “Programmazione transitoria dei flussi d’ingresso dei  lavoratori  non comunitari nel territorio dello Stato” ha autorizzato l’ingresso e il soggiorno di 30.000 soggetti extracomunitari.

In coincidenza dell’acuirsi delle note crisi internazionali (soprattutto nordafricane e mediorientali) degli ultimi 5 anni, ha avuto incremento esponenziale il fenomeno degli ingressi clandestini: si tratta di una media di circa 170.000 individui l’anno con trend in crescita.
I predetti 170.000 immigrati clandestini annui, riconducibili pressochè totalmente al fenomeno delle c.d. “carrette del mare”, secondo la normativa vigente dovrebbero essere respinti alla frontiera o, se già entrati, espulsi. Tuttavia, per legge non possono essere espulsi immediatamente se:

  • occorre prestare loro soccorso
  • occorre compiere accertamenti sulla loro identità o nazionalità
  • occorre preparare i documenti per il viaggio
  • non è disponibile un mezzo di trasporto idoneo
  • devono essere trattenuti presso appositi centri di permanenza temporanea e assistenza, per il tempo strettamente necessario alla loro identificazione ed espulsione.

La maggioranza dei 170.000 migranti clandestini, nelle more della loro identificazione e dei preparativi per il rimpatrio, provvedono a presentare alla competente “Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale” la richiesta di “protezione internazionale” (c.d. richiesta di asilo).

Nel 1997 le domande di asilo furono 1.874; dopo quasi un ventennio di costante crescita, nel 2015 sono state 83.9706. I dati oggi disponibili indicano un trend delle domande in aumento del 60% rispetto all’anno precedente: per l’intero 2016 si sono avute circa 130.000 domande di protezione internazionale.

E’ importante ancora segnalare che, in base al c.d. “Trattato di Dublino”7, vige la regola per cui il Paese in cui sbarcano i migranti è tenuto a raccogliere la domanda di protezione internazionale, valutarla, nel frattempo mantenere il richiedente asilo e infine occuparsi del suo rimpatrio ove la domanda venga rigettata.

Infine, per completezza, è ancora necessario evidenziare che la domanda di “protezione internazionale”, può avere quattro distinti esiti:

  • accoglimento con riconoscimento dello status di “rifugiato” e conseguente permesso di soggiorno di 5 anni
  • accoglimento con riconoscimento della protezione internazionale ma solo in forma sussidiaria, ovvero basata su presupposti meno gravi di quella “piena”, e con conseguente permesso di soggiorno di 3 anni;
  • rigetto della domanda di protezione internazionale ma riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di anni 2;
  • rigetto totale, per cui il migrante diviene irregolare e quindi da espellere / rimpatriare.

Alcuni numeri circa le decisioni sulle 130.000 domande d’asilo in Italia nell’anno 20168:
Rigetto totale 60% (pari a 78.000 individui che diventano “irregolari” e che si aggiungono ai 40.000 clandestini non richiedenti asilo)
Protezione umanitaria 18%
Protezione sussidiaria 13% (
Accoglimento pieno (status di rifugiato) 5% (pari a 6.500 individui)
Va da sé che, durante l’iter di valutazione della domanda di protezione internazionale, il “richiedente asilo” è ospitato nelle tante tipologie di centri per l’accoglienza più o meno distribuiti sul territorio nazionale, con oneri a carico dello Stato: ad es. oggi circa 150.000 individui sono ospitati nelle strutture reperite d’urgenza dalle Prefetture9 e negli immobili privati reperiti dalle cooperative e enti che si aggiudicano gli appalti di gestione secondo regole emergenziali e in assenza di un reale controllo su costi  e uso delle 10; altri 20.000 individui sono ospitati nel circuito gestito dai Comuni che si offrono disponibili e che vengono rimborsati dallo Stato secondo costi e rendicontazioni verificabili e predeterminate.
Inoltre, il richiedente asilo è autorizzato provvisoriamente al soggiorno sino alla decisione definitiva con cui gli verrà attribuita o negata la protezione internazionale e quindi lo status di rifugiato (o altro status che ne consenta il soggiorno, come sopra descritto).
La durata del periodo temporale di cui si tratta è strettamente determinata dall’iter tipico della burocrazia e dai tempi della giustizia civile italiana:

  1.  Prima si fa la domanda di protezione internazionale alla “Commissione Territoriale per il riconoscimento per la protezione internazionale” che è un organo amministrativo;
  2.  In caso di rigetto (come nella stragrande maggioranza dei casi): ricorso al Tribunale civile competente;
  3.  In caso di rigetto o non accoglimento della domanda di protezione “piena” da parte del Tribunale civile: impugnazione avanti la Corte d’Appello
  4.  In caso di rigetto o mancato accoglimento pieno in Appello: ricorso in Cassazione.

Tutto ciò significa anni, come ben sanno tutti coloro che hanno avuto a che fare con una causa civile . Qualora al termine di questo iter il migrante si veda definitivamente respingere la domanda, allora viene invitato a andarsene dal Paese con decreto di espulsione o messo in uno dei quattro C.I.E. (Centro identificazione  e Espulsione) esistenti in Italia per poi essere rimpatriato nei casi in cui è possibile farlo. Di fatto, tali casi di rimpatrio sono pochissimi dato che l’Italia ha convenzioni bilaterali di ri-accoglimento dei migranti solo con Tunisia, Egitto e Nigeria.
A tutti coloro a cui, viceversa, viene infine in qualche modo accolta la domanda, si rilascia il permesso di soggiorno del tipo corrispondente allo status:  biennale nel caso dei motivi umanitari; triennale in caso di protezione internazionale “subordinata”; quinquennale  in caso di protezione internazionale “piena”. Con il permesso di soggiorno cessa il “mantenimento” a spese dello Stato e sono liberi di trovare un lavoro, sempreché lo trovino.
Naturalmente, alla scadenza di tali permessi di soggiorno, ove non rinnovati, i migranti diventano irregolari e dunque destinati di nuovo (teoricamente) all’espulsione e rimpatrio.
Di fatto, ad oggi, chi entra clandestinamente in Italia o vi si trovi in modo irregolare, resta sul territorio nazionale senza particolari problemi.

PROSPETTIVE
Sono allo studio da parte dei Ministeri della Giustizia e dell’Interno taluni provvedimenti che mirano a:

  • accelerare le procedure di valutazione delle domande dei rifugiati togliendo la possibilità di fare appello e imponendo alla Cassazione di pronunciarsi direttamente sulla sentenza di primo grado entro sei mesi dal ricorso (rimarrebbe quindi il seguente iter accelerato: Commissione Territoriale, Tribunale, Cassazione);
  • incrementare i C.I.E. prevedendone uno per Regione da circa 100 posti l’uno per un totale di 2000 posti;
  • concludere accordi bilaterali con i Paesi extraeuropei  da cui giungono i migranti12 per poter dare effettività al rimpatrio in caso di irregolarità.
  • Potenziare gli accordi intra-europei  per smistare in base a quote concordate i migranti sul territorio europeo.
  • Impiegare i richiedenti asilo in lavori di pubblica utilità, sino alla definizione dell’istanza.

CONSIDERAZIONI POLITICHE
Preliminare ad ogni altra riflessione si impone l’evidenza dei fatti: il sistema, per quanto astrattamente ben delineato, crolla per più motivi e sotto diversi aspetti sotto i colpi impietosi dei numeri ingestibili che la realtà si incarica di presentare.
In altri termini: negli anni ’90 i flussi migratori, a parte sporadiche emergenze13, risultavano nell’ordine delle decine di migliaia di individui, quasi tutti regolari, peraltro. Fu relativamente semplice garantire ai migranti  accoglienza e se non vera e propria assimilazione (come nel caso della albanese ad oggi italianizzata e pressoché indistinguibile sotto ogni profilo dagli italiani). E fu, altresì, relativamente semplice prevenire tensioni economiche e sociali, stante anche una condizione di benessere diffuso e di pubbliche finanze relativamente migliori dell’attuale.

Ma nel secondo decennio degli anni 2000 il sistema, e il contesto in cui si colloca, è inesorabilmente sottoposto a una pressione quantitativa dei flussi migratori tali da non potersi prevedere altro che il collasso sia economico che sociale.
Sotto il profilo economico, è il caso di sottolineare con forza che le (già di loro) disastrate casse pubbliche italiane, perennemente prossime alla bancarotta ed alimentate dalla più alta pressione fiscale d’Europa, difficilmente potranno reggere l’impatto di simili costi “fissi” nel prossimo ventennio.  Ci piace pensare che un’accorta gestione delle finanze pubbliche che riduca sprechi e costi improduttivi14, e una potente crescita economica basata su mercato e impresa, possa consentire di stanziare risorse tali e tante da poter largheggiare in accoglienza verso gli stranieri più sfortunati. Ma per fare ciò sarebbero necessarie riforme e cambi di mentalità che al momento, purtroppo, non sono minimamente all’orizzonte.
Sotto il profilo sociale il discorso è ancora più delicato: accanto a una piccola aliquota di xenofobi esiste una massa sempre più imponente di cittadini italiani, e noi tra questi, che faticano estremamente ad accettare che il welfare da loro costruito e pagato debba essere appannaggio di chiunque abbia per la testa di entrare in Italia, senza prospettive di lavoro, con dubbie giustificazioni e spesso rendendosi portatori di valori e principi, incompatibili con il sistema dei diritti occidentali: si pensi ai musulmani più ortodossi e al loro atteggiamento verso la donna considerata essere inferiore e, quasi, bene in proprietà  dell’uomo.

Ciò detto: appare evidente che il cambio di passo sopra delineato verso un’accelerazione nella valutazione delle posizioni giuridiche (sul territorio nazionale) dei migranti e il potenziamento del meccanismo di espulsione e rimpatrio, è insufficiente a dare basi solide a una strategia di gestione del fenomeno sia nell’immediato che nel lungo periodo.
Infatti, è necessario a nostro avviso operare al concreto fine di far diminuire gli ingressi in modo nettamente significativo e tale da garantire la giusta tutela ai migranti che ne abbiano diritto e che permangano meritevoli di ciò, impedendo l’accesso ai migranti che non ne abbiano diritto e vietando il soggiorno a coloro che non meritino di permanere sul territorio italiano.
Intendiamoci: ciascuno di noi, posto nelle condizioni di vita di uno qualunque dei migranti che fuggono dalle, oggettivamente, disumane condizioni di vita del centro-africa, farebbe la stessa scelta di entrare clandestinamente in uno qualunque dei paesi capitalisti europei, fosse anche l’Italia sull’orlo del fallimento. In questo senso la comprensione del punto di vista di chi, privo di diritto, prova lo stesso a stabilirsi sul territorio, è doverosa. Ma ciò non toglie che il crollo del sistema non gioverebbe ad alcuno, ed è anche dubbio che la sistematica violazione del vigente sistema legale sia compatibile con la natura profonda dello stato di diritto come edificato nell’Occidente liberale.

Il vecchio motto per cui la solidarietà dovrebbe manifestarsi aiutando i derelitti del pianeta lì nel loro Paese di origine è sempre valido. Ciò non solo inviando missioni umanitarie e generi alimentari in loco, ma anche concretamente dando una mano a debellare ed estirpare le cause dell’arretratezza di tali Paesi, siano esse economiche, sociali, politiche, climatiche, come peraltro nei secoli è riuscito a fare l’Occidente nelle proprie terre attraverso lacrime e sangue copiosamente sparse nei secoli di guerre e carestie.

Tanto precisato, in particolare riteniamo necessario nell’immediato:

  • che si cessi di raccogliere letteralmente i migranti  a pochi chilometri dalle coste libiche (da cui provengono il 90% dei migranti, con le loro “carrette” marine). 
  • che si provveda a mettere in sicurezza le coste libiche con ogni mezzo ritenuto utile ivi compreso l’intervento diplomatico e/o quello complementare dello strumento militare, nazionale o europeo, che possa stabilizzare la nazione libica;
  • che al più presto si aprano i c.d. “corridoi umanitari”, almeno sulle coste libiche o, previo accordi bilaterali, con i paesi confinanti, creando lì le strutture per raccogliere e valutare le domande di protezione internazionale per poi consentire ai soli ammessi il viaggio verso l’Italia in piena sicurezza (a stime attuali circa 70.000 individui annui);
  • che vengano impegnate le ambasciate  e gli uffici consolari al fine di raccogliere all’estero le domande di accesso all’Italia/;
  • che immediatamente si rendano effettivi gli accordi europei volti alla dislocazione per quote dei migranti aventi titolo.
  • che vengano addestrate, istruite ed equipaggiate, nonchè retribuite, le guardie costiere libiche affinchè pattuglino militarmente le proprie coste per impedire l’allontanamento da esse di qualunque imbarcazione rechi clandestini a bordo.

Nel più lungo periodo riteniamo altresì necessario, in ogni sede deputata,  sottoporre a revisione le fonti normative del rilascio dei permessi di soggiorno, per ridurre al minimo le ipotesi di rilascio dei permessi per motivi umanitari.
Inoltre, si rende necessaria un’azione politica internazionale volta a ridimensionare i presupposti logico-giuridici della figura della “protezione internazionale sussidiaria”, al fine di por fine al fenomeno in atto di far rientrare in essa posizioni individuali per le quali nei fatti è almeno dubbio sussista qualche diritto in tal senso15.

Concludiamo con una citazione: “La difficoltà e dispendiosità delle espulsioni dovrebbero indurci a partire da ciò che non ci divide. Dovendo necessariamente darci delle priorità nelle espulsioni, è naturale concentrare gli sforzi per l’allontanamento, effettivo non solo cartaceo, degli stranieri che si siano resi colpevoli di reati gravi, utilizzando il loro periodo di detenzione in carcere anche per preparare la loro espulsione (in tal modo rendendosi quasi superfluo un loro successivo soggiorno al CIE). Vicende come quella di AMRI16 – che dopo una non breve carcerazione per reati comuni fu colpito da un ordine di espulsione mai eseguito – non devono più ripetersi. Sono vicende come questa ad alimentare i veleni dell’intolleranza e del rifiuto verso tutti gli stranieri, di cui fanno le spese sempre i più deboli”.

 

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Autore dell'articolo: Andrea Peinetti

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