Sicurezza in Comune

Il recente attacco terroristico di Berlino, uno dei tanti in questo triste periodo di guerre e conflitti, segue cronologicamente quelli di Parigi, Bruxelles, e poi di nuovo Parigi, Nizza, Ansbach, Istanbul, e altri, andando ad aggiungere paura alla paura e dimostrando una sostanziale incapacità di contrasto da parte delle istituzioni. In primo luogo perché azioni di questo tipo sono imprevedibili, le vere armi “intelligenti” sono gli attentatori suicidi, votati alla morte; e anche quando dovessero sopravvivere al primo attacco, sarebbero pronti a metterne a segno un altro. In secondo luogo perché non esiste una strategia di contrasto davvero efficace e duratura per un fenomeno in continua evoluzione.

Ma non c’è collegamento diretto tra gli attentatori e il cosiddetto “Stato islamico”, almeno fino a quando l’azione terroristica non si è conclusa con successo ed ha ottenuto la desiderata attenzione mediatica; a quel punto, e solo allora, arriva la rivendicazione da parte dell’. Una rivendicazione che per il terrorista vale come un pubblico riconoscimento e un accoglimento all’interno di quello che nell’immaginario degli jihadisti, fondamentalisti islamici, o radicali, è l’ammissione all’interno della cerchia di uomini puri che compongono l’elite combattente in nome della Umma, la dei musulmani nel mondo. Essi muoiono da martiri (gli shahid) per la di riferimento – o almeno una parte – e come tali vengono osannati. Per noi rimangono assassini, e non mi si venga a dire che anche noi abbiamo le nostre responsabilità. È ovvio che le abbiamo, ma dirlo e battersi il petto non risolve un problema che sta sempre più acuendosi, incancrenendosi.

Il numero di questi folli ma lucidi assassini è crescente, lo è lo spirito di emulazione, lo è la capacità tecnica. E qui non è questione di mancata integrazione, razzismo, xenofobia, egoismo. No qui parliamo, da un lato, di incapacità di comprendere un fenomeno di più ampia portata, quello migratorio, e, dall’altro, di trasferimento di capacità operativa dai teatri di guerra siriano e iracheno a quello europeo: nostra è sempre più un contesto di guerra urbana. E se è pur vero che i non sono terroristi (statisticamente il loro numero nel totale degli immigrati è irrilevante: lo 0,0016 per cento) è però vero che sinora quasi tutti i terroristi erano : Parigi in primis ce lo insegna, poi Ansbach, e ancora Berlino. E parliamo di individui (o gruppi) che si fanno saltare in aria, si lanciano con grossi camion contro folle di persone inermi, sparano in mezzo alla gente in festa, o accoltellano a tradimento passanti, colpendo la nostra quotidianità, i nostri simboli culturali.

È ormai la normalità del terrore individuale e imprevedibile. Bene, il governo italiano, nella persona del suo nuovo ministro degli Interni Marco Minniti, ha presentato al Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo il progetto di “prevenzione collaborativa”. Una decisione che non può che essere accolta con favore, almeno da chi, come il gruppo di SiAmo insiste su questo tipo di approccio da almeno due anni attraverso un analogo progetto di # finalizzato a decentralizzare sul piano locale gli strumenti di : un approccio strategico e pratico affinato da Energie Per l’Italia.

Il fine è quello di contrastare l’espansione della violenza cercando di prevenire, o contenere, le azioni dei cosiddetti “lupi solitari”: fondamentalisti auto-esaltati di un Islam radicale, spesso disadattati sociali, casi psichiatrici, frustrati, socialmente emarginati, che attraverso la violenza in nome dell’Islam ricercano un proprio ruolo all’interno di quella Umma di cui non sono mai stati davvero parte, e che nel concreto non esiste. E come dovrebbe essere realizzata questa strategia di contrasto al terrorismo? Secondo Minniti, attraverso il coinvolgimento attivo degli amministratori locali, i sindaci in primo luogo, i corpi di Locale, affiancati da questori e prefetti: gli unici in grado di operare in prima linea e capillarmente sul territorio attraverso la vigilanza attiva e la difesa passiva delle aree urbane e periferiche. Bene. Ottimo approccio. Ma Torino guarderà dalla finestra i risultati che gli altri otterranno lasciando la capitale sabauda in balia di sé stessa e di una crescente insicurezza, reale e percepita. Questo perché il pentastellato di Torino, Chiara – a cui tanti suoi concittadini hanno concesso la fiducia – non ha ancora nominato un alla sicurezza che, calendario alla mano, manca da ben 176 giorni. Forse ritiene che Torino non senta il problema?

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Autore dell'articolo: Claudio Bertolotti

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